Abbazia di Sant’Antimo (Montalcino – SI)

L’abbazia di Sant’Antimo è un complesso monastico premostratense situato presso Castelnuovo dell’Abate, all’interno del comune di Montalcino, in provincia di Siena. Si tratta di una delle architetture più importanti del romanico toscano.
Attualmente la comunità conta otto monaci, di diverse nazionalità, perlopiù italiana e francese. La comunità è molto attiva e vivace, e porta avanti da diversi anni, oltre alla tradizionale vita monastica, un’intensa attività pastorale rivolta soprattutto alle famiglie e ai giovani. La comunità è impegnata nell’attività pastorale delle vicine comunità parrocchiali. Non solo vi è tra esse e l’abbazia un’intensa collaborazione, ma alcuni monaci sono anche parroci di alcune parrocchie vicine.

Ogni giorno la comunità si riunisce nella chiesa per celebrare le funzioni dettate dalla regola monastica. Tutte le funzioni vengono cantate in gregoriano e in originale lingua latina.

Negli ultimi anni la comunità di Sant’Antimo ha anche registrato vari cd di canto gregoriano, che accompagna le liturgie.

Il 25 maggio 2015, durante un incontro organizzato nella Chiesa di Sant’Egidio, i frati della Comunità annunciano ai fedeli e alla cittadinanza che a fine anno lasceranno definitivamente l’abbazia di Sant’Antimo e si trasferiranno nell’Abbazia di Saint Michel de Frigolet, vicino ad Avignone[3]. Tale decisione, su indicazione dell’Abate Generale dell’Ordine, è dettata da una parte dal numero esiguo di frati presso l’abbazia francese, dall’altra dall’impossibilità di far crescere la comunità negli spazi di Sant’Antimo.
L’edificio più importante e meglio conservato di tutto il complesso è la grande chiesa abbaziale di Sant’Antimo. Essa, completamente in stile romanico, sorge lungo il lato nord del chiostro ed è orientata sull’asse est-ovest, con l’altare ad oriente.

Fotografie e montaggio: Salvatore Clemente (htpp://www.toticlemente.it)

Brano musicale tratto da: “Lulù” degli “Evita Cidni” (https://www.facebook.com/evitacidni?f…)

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Villa Palagonia (Bagheria)

Villa Palagonia meglio conosciuta come la Villa dei Mostri, è uno dei monumenti siciliani barocchi più conosciuti a livello nazionale e internazionale. La villa fu fatta costruire nel 1715 da Francesco Ferdinando Gravina, principe di Palagonia. Per la progettazione fu incaricato il frate domenicano Tommaso Maria Napoli, architetto coadiuvatore del Senato di Palermo, con la collaborazione di un altro grande e stimato architetto siciliano, Agatino Daidone. Tommaso Maria Napoli ebbe il merito di conferire alla villa uno straordinario disegno planimetrico unitario, con tutti gli elementi che si sviluppano e agiscono coordinatamente rispetto all’asse baricentrico del viale.
Morto il fondatore nel 1737 gli succedette il figlio Ignazio Sebastiano che morì nel 1746. Fu il figlio di questi, Francesco Ferdinando II, a iniziare i lavori per la realizzazione dei corpi bassi che circondano la villa e a ideare le numerose statue grottesche ed il bizzarro arredamento della villa. Ad Henry Swinburne che nel 1777 chiese al principe notizie sull’originale iconografia dei mostri, egli rispose: ”In Egitto, secondo Diodoro Siculo, l’azione dei raggi solari sul limo del Nilo è talmente potente da far scovare ogni sorta di animale”.
Nasce da questa convinzione, probabilmente, la villa dei mostri, chiamata così per le particolari decorazioni che adornano i muri esterni dei corpi bassi, formate da statue in “pietra tufacea d’Aspra”, raffiguranti animali fantastici, figure antropomorfe, statue di dame e cavalieri, gnomi, centauri, draghi, suonatori di curiosi strumenti, figure mitologiche e mostri di tutti i tipi e tempi. Inizialmente le statue erano più di 200, mentre oggi ne restano appena 62, molte delle quali in cattivo stato di conservazione, annerite dallo smog e sbriciolate dagli anni.
La tradizione vuole, inoltre, che il principe di Palagonia fosse brutto e deforme e quindi, quasi per vendicarsi del suo avverso destino, volle ridicolizzare attraverso una serie di caricature amici e conoscenti che lo circondavano e che partecipavano ai tanti ricevimenti che egli era solito tenere nel suo palazzo. Anche l’arredamento dei saloni era alquanto bizzarro: i piedi di alcune sedie erano segati in maniera disuguale così che rimanessero zoppe, mentre altre erano talmente inclinate in avanti che bisognava fare molti sforzi per non scivolare e cadere. Sotto i velluti delle sedie spesso erano stati nascosti spilli e spuntoni.
(testo tratto da http://www.guidasicilia.it/ita/main/rubriche/index.jsp?IDRubrica=1193)

Fotografie e montaggio di Salvatore Clemente

Brano musicale di J.S. Bach

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Tor Marancia – Street Art Stories – Roma

Tor Marancia la chiamavano Shanghai, era un agglomerato di casupole basse, di una stanza, in cui vivevano famiglie numerose. A Shanghai le abitazioni avevano i servizi in comune, i pavimenti in terra battuta e si allagavano d’inverno, quando il fosso di Tor Carbone era in piena. Le prime case furono costruite nel 1933 dal governatorato di Roma su una zona paludosa in piena campagna, vicino alla Garbatella. Per i continui allagamenti e la densità abitativa, la borgata si guadagnò il nome della più grande città cinese, Shanghai, la metropoli del mondo più vulnerabile alle alluvioni.
Nel quartiere, tirato su in cinquanta giorni, furono trasferiti gli abitanti del centro storico di Roma, quando le loro case furono abbattute dal regime fascista per costruire via dei Fori Imperiali. Andarono a vivere a Shanghai anche famiglie di emigranti che arrivavano dal centro e dal sud dell’Italia. Nel 1948 Shanghai era così malsana che fu deciso di raderla al suolo e di costruire al suo posto i caseggiati popolari, oggi gestiti dall’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale (Ater).
Il progetto di riqualificazione di Tor Marancia è costato complessivamente 166mila euro: 45mila sono arrivati dalla fondazione Roma, mentre l’amministrazione comunale ne ha spesi altri trentamila. Il resto dei soldi l’ha messo l’associazione 999 contemporary, spiega Stefano Antonelli che ha ideato il progetto. (fonte: http://www.internazionale.it/reportag…)

Fotografie e montaggio: Salvatore Clemente (http://www.toticlemente.it)

Brano musicale: “Il processo” degli “Evita Cidni” (https://www.facebook.com/evitacidni)

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Abbazia e Rotonda di San Galgano

L’abbazia di San Galgano è un’abbazia cistercense, sita ad una trentina di chilometri da Siena, nel comune di Chiusdino.
Il sito è costituito dall’eremo (detto “Rotonda di Montesiepi”) e dalla grande abbazia, ora completamente in rovina e ridotta alle sole mura, meta di flusso turistico. La mancanza del tetto – che evidenzia l’articolazione della struttura architettonica – accomuna in questo l’abbazia a quelle di Melrose e di Kelso in Scozia, di Tintern in Galles, di Cashel in Irlanda, di Eldena in Germania, di Beauport a Paimpol (Bretagna) e del Convento do Carmo a Lisbona.
La chiesa rispetta perfettamente i canoni della abbazie cistercensi; tali canoni erano stabiliti dalla regola di San Bernardo e prevedevano norme precise per quanto riguarda la localizzazione, lo sviluppo planimetrico e lo schema distributivo degli edifici.
La abbazie dovevano sorgere lungo le più importanti vie di comunicazione (in questo caso la via Maremmana) per render più agevoli le comunicazioni con la casa madre[3]; inoltre in genere erano poste vicino a fiumi (qui la Merse) per poterne sfruttare la forza idraulica; e infine in luoghi boscosi o paludosi per poterli bonificare e poi sfruttarne il terreno per coltivazioni[3]. Dal punto di vista architettonico gli edifici dovevano essere caratterizzati di una notevole sobrietà formale.
La chiesa è perfettamente orientata, cioè ha l’abside volta ad est, ed ha una facciata a doppio spiovente che dall’esterno fa capire la divisione spaziale interna, in questo caso a tre navate. Nella parte inferiore della facciata vi sono quattro semicolonne addossate a lesene che avevano il compito di sostenere un portico, peraltro mai realizzato; l’ingresso all’aula liturgica è affidato a tre portali con arco a tutto sesto ed estradosso a sesto acuto, oggi chiusi da inferriate. Il portale maggiore è decorato con un fregio in cui sono scolpite delle figure fitomorfe a foglie di acanto. Nella parte superiore della facciata, forse rimasta incompiuta, sono collocate due finestre a sesto acuto; la parte terminale è stata reintegrata all’inizio del XX secolo con laterizi. (fonte: Wikipedia)

Fotografie e montaggio: Salvatore Clemente (http://www.toticlemente.it)

Brano musicale: “Intro” degli “Evita Cidni” (https://www.facebook.com/evitacidni)

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Certosa di San Lorenzo – Padula (SA)

La Certosa di San Lorenzo, conosciuta anche come Certosa di Padula, è la più grande certosa in Italia, nonché tra le più famose, ed è situata a Padula, nel Vallo di Diano, in Provincia di Salerno. Nel 1998 è stata dichiarata patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

La Certosa di Padula fu fondata nel 1306 da Tommaso Sanseverino conte di Marsico e signore del Vallo di Diano, sotto la supervisione organizzativa del Priore della Certosa di Trisulti (Frosinone), sul sito di un preesistente cenobio. La sua struttura richiama l’immagine della graticola sulla quale il santo a cui è dedicata fu bruciato vivo. La storia dell’edificio copre un periodo di circa 450 anni.

La parte principale della Certosa è in stile Barocco ed occupa una superficie di 51.500 m² sulla quale sono edificate oltre 320 stanze. Il monastero ha il più grande chiostro del mondo (circa 12.000 m²) ed è contornato da 84 colonne. Una grande scala a chiocciola, in marmo bianco, porta alla grande biblioteca del convento.

Secondo la regola certosina che predica il lavoro e la contemplazione, nella Certosa esistono posti diversi per la loro attuazione: il tranquillo chiostro, la biblioteca con il pavimento ricoperto da mattonelle in ceramica di Vietri sul Mare, la Cappella decorata con preziosi marmi, la grande cucina dove, la leggenda narra, fu preparata una frittata di 1.000 uova per Carlo V, le grandi cantine con le enormi botti, le lavanderie ed i campi limitrofi dove venivano coltivati i frutti della terra per il sostentamento dei monaci oltre che per la commercializzazione con l’esterno. I monaci producevano vino, olio di oliva, frutta ed ortaggi.

Oggi la Certosa ospita il museo archeologico provinciale della Lucania occidentale, che raccoglie una collezione di reperti provenienti dagli scavi delle necropoli di Sala Consilina e di Padula. Questo museo copre un periodo che va dalla preistoria all’età ellenistica. (fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Certosa_di_San_Lorenzo)

Fotografie e montaggio: Salvatore Clemente (http://www.toticlemente.it)

Brano musicale: “Baro reprise” degli “Evita Cidni” (https://www.facebook.com/evitacidni)

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Lecce è un comune italiano di 89.950 abitanti, capoluogo dell’omonima provincia in Puglia. Situata in posizione pressoché centrale della penisola salentina, è comune capofila di un’area vasta di circa 425.000 abitanti, comprendente 31 comuni della parte settentrionale della provincia. Lecce è il capoluogo di provincia più orientale d’Italia.
Città d’arte del Meridione Italiano, è nota come “la Firenze del Sud” o la “Firenze del Barocco”: le antichissime origini messapiche e i resti archeologici della dominazione romana si mescolano infatti alla ricchezza e all’esuberanza del barocco, tipicamente seicentesco, delle chiese e dei palazzi del centro. Lo sviluppo architettonico e l’arricchimento decorativo delle facciate è stato particolarmente fecondo durante il Regno di Napoli ed ha caratterizzato la città in modo talmente originale da dar luogo alla definizione di barocco leccese.
È il capoluogo e il maggiore centro culturale del Salento; è sede dell’omonima arcidiocesi metropolita e dell’Università del Salento. Nella città è presente l’Istituto superiore universitario di formazione interdisciplinare, scuola superiore universitaria italiana dell’Università del Salento affiliata con la Scuola Normale Superiore di Pisa.
(fonte:http://it.wikipedia.org/wiki/Lecce)

Fotografie e montaggio: Salvatore Clemente (http://www.toticlemente.it/)

Brano Musicale: Pizzica – Musica tradizionale salentina Pizzica tarantata (strumentale, raccolta da Ernesto de Martino, L. Stifani violino, S. Marzo tamburello, L. Zizzari organetto)

La chiesa di Dio Padre Misericordioso, meglio nota come chiesa del Giubileo o Dives in misericordia, è un luogo di culto cattolico sito nel quartiere di Tor Tre Teste a Roma.
In vista del Giubileo del 2000, il Vicariato di Roma bandì nel 1995 un concorso internazionale di architettura: tra i progetti presentati vinse quello di Richard Meier, autore a Roma anche del nuovo edificio/bacheca che contiene l’Ara Pacis. Egli stesso presentò la sua opera davanti al papa Giovanni Paolo II in Vaticano affermando: “Le vele bianche ci condurranno verso un mondo nuovo”. Per realizzare il progetto venne scelta un’area periferica in un quartiere ancora in via di sviluppo, nel cui piano regolatore era già prevista la costruzione di una chiesa parrocchiale, che inizialmente doveva essere dedicata a San Silvestro Papa.
Nel marzo del 1998 venne posata la prima pietra, ma la complessità dell’opera la portò all’inaugurazione solo nell’ottobre del 2003.

Architettura:
Come molte altre opere dell’architetto statunitense è cromaticamente bianca ed è composta da tre vele, la più alta delle quali raggiunge un’altezza di 26 metri. Le vele sono autoportanti, per realizzarle sono state suddivise in grandi pannelli prefabbricati a doppia curvatura, ciascuno del peso di 12 tonnellate. Successivamente, per montare e assemblare tali pannelli, è stata realizzata appositamente una sorta di gru specializzata alta 38 metri che sollevava il pannello e lo portava in posizione, all’altezza voluta.
La chiesa è stata costruita con uno speciale cemento, realizzato e brevettato da Italcementi, con la straordinaria capacità di autopulirsi grazie a un effetto di fotocatalisi, il cosiddetto cemento mangiasmog.

Simbologia:
La chiesa con le sue vele, con la navata che riprende l’idea di una barca, si rifà alla tradizione cristiana in cui la barca rappresenta la Chiesa come guida nell’impervio mare. Sin nelle prime idee dell’architetto, questa chiesa doveva rappresentare la “barca della Chiesa” che solca i mari portando il suo popolo nel Terzo millennio e, allo stesso modo questa parrocchia assume il ruolo di guida del quartiere Tor Tre Teste in cui è costruita. Tale effetto viene accentuato dall’illuminazione, la cui luce, delinea, nei volumi complessi, proprio l’effetto delle vele gonfiate dal vento.
Le vele sono tre, numero che simboleggia la Trinità e posizionate in modo da sovrastare la chiesa comunicano quel senso di protezione a chi sosta nella navata, quella protezione di Dio sulla comunità Cristiana. Anche la luce è attentamente studiata dall’architetto, infatti nonostante l’intera struttura sia coperta in modo consistente da vetri, la luce solare non entra mai direttamente in chiesa, tranne in un momento del pomeriggio in estate, quando, da una piccola finestra la luce diretta illumina il crocifisso posto all’interno.
(Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Dio_Padre_Misericordioso)

Fotografie e montaggio: Salvatore Clemente (http://www.toticlemente.it/)

Brano musicale: “5 Shots” tratto dall’omonimo album degli “INDICATIVE” (https://www.facebook.com/indicative) prodotto da “Quanat Records” (http://www.qanatweb.net/?cat=11)